Dilma Rousseff rieletta presidente del Brasile

Ott
2014
28

scritto da in News

Con il 51,64% di voti validi e una differenza di circa 3 milioni di voti (la più bassa nella storia del Brasile), la presidente è stata rieletta insieme all’attuale vice presidente Michel Temer

Dilma RousseffIl Brasile ha scelto domenica di confermare per altri 4 anni la presidente del PT (Partito dei Lavoratori) Dilma Rousseff, con una maggioranza minima del 51,6% al 48, 4%, e gli investitori, che hanno votato il giorno dopo in Borsa, non potevano essere piu’ chiari nel bocciare il risultato: la valuta locale è caduta del 2% per essere trattata a fine giornata a 2,52 real contro il dollaro, al più basso livello da un decennio; l’indice delle azioni, il Bovespa, ha perso il 2,8% fino a toccare quota 50.503, il minimo da sei mesi: era a 61.000 solo un paio di mesi fa, quando il candidato di opposizione, il conservatore Aecio Neves del partito socialdemocratico, era salito nei sondaggi e sembrava poter insidiare la Lady Rossa. In 4 anni di Rousseff, la Borsa brasiliana ha perso un quarto del suo valore, e l’inflazione è salita al 6,7%.

Il Partito dei Lavoratori della Rousseff, nonostante la situazione più che precaria, è riuscito a “comprare” abbastanza voti nelle zone più povere del Paese, promettendo di continuare nella politica di welfare che ha drenato risorse pubbliche per finanziare gli sconti sulla benzina e le altre misure clientelari di “redistribuzione sociale”. E’ lo stesso “sinistro” percorso che ha portato l’Argentina al suo ennesimo default, e che sta avviando il Venezuela alla bancarotta e alla “uguaglianza sociale”: ormai, a Caracas, vige il razionamento dei primi generi di necessità per tutti i cittadini, una misura che ovviamente colpisce soprattutto i più bisognosi e risparmia le elites ricche, amiche della cricca di governo, che possono ricorrere al mercato nero. È il genere di “miracoli” che riesce a fare l’ideologia “progressista” quando è al potere: millantare superiorità morale credendo di poter stabilire dall’alto le direttive per il “bene delle masse”, non badando ai conti economici statali se non per aumentare sempre le tasse nella impossibile rincorsa alla parità di bilancio.

Ma neppure il Brasile, pur ricchissimo di materie prime pregiate, può permettersi il “lusso del comunismo”. Soltanto qualche anno fa la nazione carioca veniva indicata tra le economie emergenti di maggiore successo, con la sua B che era servita a creare l’acronimo BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), base per indici e fondi comuni azionari popolari tra gli investitori mondiali che volevano scommettere sulle prospettive di crescita dei “nuovi giganti”. Tanta era la statura internazionale conquistata che Rio de Janeiro era riuscita a farsi assegnare in successione i Mondiali di Calcio nel 2014 e le prossime Olimpiadi del 2016, una doppietta inedita.

Ora il Paese, avendo rigettato per un pelo l’ipotesi di un cambiamento che metà della gente ritiene doveroso, è polarizzato come mai lo era stato prima. Il livello di corruzione interna che ha travolto gli alleati della Rousseff che erano alla testa della compagnia petrolifera di stato Petroleo Brasileira SA (PETROBRAS), scandalo che aveva portato a gravi incriminazioni nel pieno della campagna elettorale, ha macchiato la credibilità della vincitrice: da quando lei è presidente, il valore di Borsa della Petroleo si è dimezzato. A incupire vieppiù il quadro ci sono i prezzi in caduta delle materie prime a causa del rallentamento della crescita economica in Cina ed Europa, un trend che induce gli economisti al pessimismo. Un nuovo abbassamento del rating del debito brasiliano da parte di Standard & Poors’ “potrebbe essere in vista”, scrive il Wall Street Journal. Oggi il rating e’ appena un gradino sopra il livello “junk”(spazzatura), dopo il ribasso di S&P del marzo scorso per il deterioramento della situazione finanziaria.

Gli analisti economici delle banche e dei fondi comuni che hanno milioni di dollari investiti in Brasile hanno tutti una sola speranza. Che Dilma la Rossa faccia una svolta radicale, nominando una personalità indipendente e stimata dai mercati internazionali come nuovo ministro delle Finanze, al posto di Guido Mantega che sarà sicuramente scaricato. Sarebbe solo il primo passo, necessario ma non sufficiente. Decisiva sarebbe la conversione della leader marxista del primo mandato in una leader pro-free market, che favorisca tagli alle spese pubbliche e alle tasse, e regole più aperte per le imprese e gli investimenti. Non dovendo pensare alla sua terza rielezione nel 2018 (per la costituzione brasiliana si può essere eletti solo per due mandati consecutivi), la Rousseff potrebbe in teoria “rivoluzionare” la linea demagogica e dannosa del suo stesso partito e pensare alle sorti del suo paese con occhi diversi, più liberali. Difficilissimo, ma non impossibile.

Fonte Libero (Glauco Maggi)
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